Il tradimento post moderno passa attraverso la crisi delle identità
Identità professionale, culturale, politica, nazionale violate dalla crisi economica e dal linguaggio politico
Parla di identità civica Salvatore Settis alla giornalista Daniela Minerva nell’intervista su l'Espresso del 13 ottobre «Il premio Nobel Amarthya Sen e diversi economisti hanno ormai dimostrato che la produttività di un Paese si promuove rafforzandone l’identità civica. Che noi abbiamo solidissima proprio grazie alla nostra identità culturale: un senese come un leccese o qualunque cittadino di questo Paese è fiero di essere tale anche per l’enorme e straordinario patrimonio culturale che lo circonda e di cui è parte. Se perdiamo i nostri beni perdiamo la nostra identità».
Alberto Abruzzese, nell’intervista rilasciata il 23 giugno scorso ad House living and business, ha già teorizzato il nostro passaggio da cittadini a spettatori, a consumatori. Eccone una sintesi « La dimensione metropolitana in Italia si raggiunge soltanto negli anni ’80, e la si raggiunge non facendo riferimento al territorio fisico, ma facendo riferimento alla televisione. Cioè il territorio metropolitano in Italia non sarà mai quello fisico, ma invece lo è e lo diventa attraverso la televisione, quando in Italia si forma il regime misto, cioè RAI-Fininvest. (…) Da noi l’esperienza metropolitana è stata un disastro, colpa anche di Istituzioni povere, che è quello che spiega il grande mutamento politico che si determina a partire dagli anni ’90. Gli anni ’90 sono il risultato di questo cataclisma culturale, legato ai consumi, legato al consumo televisivo degli anni ’80. (…) Berlusconi mostra uno stile di valori che corrisponde di più al senso comune delle persone, soprattutto di quegli strati più emblematici della società italiana, del cittadino. Insomma le Istituzioni politico-parlamentari sono fondate sul cittadino, ma la cultura italiana nel suo insieme non si è accorta che progressivamente questo cittadino, non sufficientemente alimentato da un apparato Istituzionale, come accade nella democrazia inglese o americana o in altri paesi, si fa molto di più consumatore, piuttosto che cittadino. Il cittadino in una prima fase si fa spettatore, e questa era una dimensione comunque presente in tutti i sistemi, perché tutti i sistemi moderni hanno avuto un tipo di sovranità che si è servita molto della sua spettacolarizzazione, come del resto è innato nella figura del sovrano, anche quando il sovrano è il leader di un partito… Però invece il salto, il mutamento molto forte è questo passaggio da cittadino-spettatore a consumatore vero e proprio. Il consumatore non ha il senso della storia, non ha il senso dei valori tradizionali, pensa al suo interesse, è molto familista, è legato a passioni, affetti, desideri, ambizioni… . Il consumatore sfugge al linguaggio dei partiti tradizionali, che non a caso si sono disgregati, che non ce la fanno a controbattere, anzi, che costruiscono ancora la forza di affermazione del berlusconismo, la rimpopolano loro, sbagliando il loro linguaggio!».
Abruzzese ha anticipato ciò che più dettagliatamente ha scritto Gustavo Zagrebelsky nel suo articolo "La neolingua del Cavaliere" su La Repubblica del 14 ottobre. Dopo il passaggio cittadino – spettatore – consumatore, ecco l’ultimo: suddito. Nonostante possa sembrare una regressione storica, la sudditanza questa volta è di tipo identitario, la cui matrice si riscontra nell’uso sensuale di un linguaggio ad alta penetrazione grazie all’identità sia del mittente, che dell’”emittente”. Quella televisiva, appunto. Dopo un escursus sulla natura religioso politica de divin gesto di “scendere” in politica, interessante il passaggio chiave sulle identità violate, stavolta quelle giovani (tralasciamo le polemiche sulla scuola di Adro): «L’ idea che la vita politica si basi su un legame sociale che – certamente – implica ma non si esaurisce in benessere materiale, consumi, sviluppo economico, è totalmente estranea al modo di pensare attuale e alla lingua che l’esprime. L’ Italia è “l’azienda Italia” e tutti devono “fare sistema”, “fare squadra” perché possa funzionare. Basterebbe pensare alla politica delle “tre i”, slogan lanciato a suo tempo per sintetizzare il senso delle riforme nella scuola italiana: inglese, internet, impresa. Dalla scuola si bandiva quella cosa così evanescente, ma così importante per tenere insieme una società senza violenza e competizione distruttiva, che è la cultura. La scuola, davvero, si orientava verso il “saper fare”, cioè verso la produzione di “risorse umane” finalizzate allo “sviluppo” dell’azienda e da utilizzare intensivamente fino al limite oltre il quale ci sono gli “esuberi”» cioè si allevano polli da combattimento o da macello o da riproduzione pronti o quasi all’uso (Invito a leggere, per quest’ultimo articolo, la diversa opinione del giornalista, scrittore ed apologeta Alessandro Gnocchi che risponde su Il Giorno del 15 ottobre con il pezzo "La neolingua berlusconiana e l'ossessione di Zagrebelsky").
Se lavoro = identità, allora perdita di lavoro = perdita di identità.
Se la produttività di un Paese si promuove rafforzandone l’identità civica, allora degrado culturale = perdita di identità civica.
Se il passaggio è stato da cittadino a consumatore, allora essere consumatore = perderdita dell’identità storica e dei valori tradizionali.
Se la scuola si orienta verso il “saper fare” e la produzione di “risorse umane”, allora identità individuale = identità professionale.
E la testa del serpente torna a mordersi la coda.
di Daniela Paola Aglione